Referendum e pigrizie, piove, giornata uggiosa per via del grigio cemento, vito di modugno all’organo hammond, neon accesi e sfarfallanti, decine di fogli sopra la tastiera, bicchieri da caffè impilati a fianco del mouse, guerra con gli elastici tra colleghi, crostata che mi aspetta in sala riunoni, povera italia, sabbia contaminata, cetrioli killer, paesi disabitati, quartieri dormitorio, salami con i conservanti, (DING) posta in arrivo: una poesia per i miei 33 anni? auguri!
Yes sir, i can boogie, ma questa volta mi omaggio del protopunk a 33 giri.
Ho avuto la fortuna di vederli suonare ieri sera al Locomotive Jazz Festival e voglio condividere questa spettacolare coppia di artisti!
Da un paio di giorni soffro in silenzio alcuni dolori alla pancia. Bruciori alla bocca dello stomaco che a volte diventano delle fitte più forti e mi mettono in testa il tarlo di qualcosa di grave, che dovrei sicuramente far controllare ad un dottore.
Nel weekend non era possibile, la prima occasione utile era stamattina, alle 9:00 ero nel poliambulatorio di Due Carrare, dove ha lo studio il mio medico, assieme ad altri medici. Io ero in ambulatorio, ma il mio medico è in vacanza, giustamente.
Ovvio, nel poliambulatorio di Due Carrare, comune di oltre ottomila abitanti, se manca un medico gli altri dottori sono ben contenti di fare squadra, dividendosi i pazienti da visitare, che pazienti aspettano il proprio turno. Ognuno ha i suoi problemi, alcuni devono solo ritirare delle ricette, già d’accordo con il medico curante è sufficiente che si rivolgano alla reception per ricevere il foglietto biancorosso che permetterà l’assistenza sanitaria o l’accesso al farmaco da scaffale. Gli altri, invece, quelli seduti sulle seggiole di plastica, con lo sguardo nel vuoto, stanno aspettando un consulto.
I medici a disposizione sono solo due, la dottoressa Levi Minzi e il dottor Rampin. Quest’ultimo però comincia il proprio turno alle 9:30.
Mara, dal bancone della reception, mi avvisa che per essere visitato ci vorrà un po’ di tempo, guardandomi attorno conto circa 15 persone sedute, hanno tutte bisogno di parlare con un medico; quelli delle ricette stanno in piedi vicino al bancone, questione di qualche minuto vengono evasi e continuano in solitaria la loro missione.
Mi accomodo. 9:02
Di fronte a me un signore impaziente. Iphone con custodia in silicone blu, dentro ad un fodero da cintura con chiusura calamitata. Continua ad estrarlo, guardare il display, riporlo nel fodero. A pochi passi da lui la sua borsa in pelle chiara, molto capiente, molto ben farcita.
Dopo pochi minuti, dallo studio della dottoressa Levi Minzi esce un signore robusto, alto, sui 40/45, che sorride al signore impaziente, scende le scale e si battono l’un l’altro amichevoli pacche sulla vita, si avvicinano all’uscita e cominciano a chiacchierare, come se fosse da tanto che non si vedono. Probabile che parlino di lavoro. Certo entrambi sembrano distinti uomini d’affari. Entrambi con le loro capienti valige di pelle. Dal medico.
Nel frattempo entrano altre persone, in cerca di un consulto. Alcune chiedono del mio stesso medico. Altre hanno appuntamento, con orario preciso, con la dottoressa Levi Minzi. Alle 9:10, alle 9:20. Tutto sembra programmato nell’agenda della dottoressa. Altre persone invece non hanno appuntamento, fanno presente che hanno dei problemi, alcuni sembrano urgenti, una ragazzina con la febbre fatica a stare in piedi vicino al papà preoccupatissimo. Una signora anziana ha impiegato qualche minuto per fare i quattro gradini che l’avrebbero portata alla reception, era accalorata, non aveva una bella cera. Tutti devono però aspettare, bisogna trovare un buco tra un appuntamento e l’altro della dottoressa, sperando che i pazienti in lista siano più veloci del previsto. L’alternativa è il dottor Rampin, ma non è ancora arrivato.
Sono le 9:20 e la collega di Mara, dalla reception, mi avvisa che dovrebbero trovare presto un posto anche per me. Mi guardo attorno e vedo sempre le solite 15 facce perse nel vuoto e il signore impaziente, che giusto in quel momento aveva salutato l’amico ed era rientrato, ora stava in piedi vicino alla scala, che l’avrebbe portato presto dalla dottoressa.
Aspettiamo tutti, pazienti. Continua ad entrare gente, chi chiede la ricetta, altri prenotano il turno della loro visita.
Alle 9:29 entra un bell’imbusto, pantaloni in frescolana grigio chiaro a lisca di pesce, camicia azzurra, capello scuro, ordinato, corto, con il gel, barba curata, si dirige veloce dalla collega di Mara. La saluta con un sorriso da pubblicità, a lei brillano gli occhi. Anche Mara non resta indifferente, per un attimo non bada al telefono che squilla per salutare il bell’imbusto. Lui chiede del dottor Rampin, ma non è ancora arrivato. Veloce veloce lui passa dietro al bancone e lascia due plichi neri, poi saluta con lo stesso sorriso dell’overture, e se ne esce.
In quel momento il signore impaziente riesce ad entrare nello studio della dottoressa Levi Minzi e chiude la porta alle sue spalle, riservandosi l’intimità del suo incontro.
Pochi istanti dopo entra un signore che si affretta a salire le scale, per andare verso gli studi medici. Gruppo di continuità sulla mano sinitra, con la mano destra invece tiene impilati altri accessori per PC, riconosco un mouse, l’altra scatola sembra contenere una memoria USB, è il dottor Rampin e a quanto pare ci tiene alla cura del suo computer, buon per lui, buon per noi e per i nostri dati.
Entrando non saluta nessuno, non si guarda nemmeno in giro, non incrocia nemmeno lo sguardo di Mara e della sua collega, si dirige sparato verso il suo ufficio. Manco a batter ciglio il bell’imbusto rientra dalla porta dell’ambulatorio, si precipita alla reception, si fa restituire i due plichi neri e si lancia all’inseguimento del dottor Rampin, chiudendo la porta della sala del dottore alle sue spalle, anche lui riservandosi l’intimità del suo incontro.
Continua ad entrare gente che ha bisogno di un medico, qualcuno se ne va, qualcuno decide di scaldare le seggiole di plastica, paziente.
Alle 9:40 mi alzo e vado verso il bancone, la collega di Mara percepisce che non sono in forma. Le chiedo se quel signore di prima fosse il dottor Rampin, lei mi fa cenno di si. Poi le chiedo chi fosse il bell’imbusto, quello che gli è salito subito dietro. La voce si fa più tremolante, perde di sicurezza, mi sussurra che è un rappresentante, ma immediatamente mi chiede se sto tanto male. Le rispondo che sto male, ma guardandomi attorno vedo che ci sono persone che stanno peggio di me, e non capisco perchè in questo momento dal medico ci sia un rappresentante, invece di una delle persone che da un’ora stanno aspettando per essere visitate e curate.
Mi dice che non dipende dal medico, che il bell’imbusto si è intrufolato per fare in un attimo. La sua incapacità di essere assertiva nei confronti del bell’imbusto, invece, era il vero motivo per cui al piano terra c’erano 20 persone in attesa, mentre al piano superiore, due medici erano in compagnia di altrettanti rappresentanti, da dieci minuti.
Dottoressa Levi Minzi, dottor Rampin, mi rivolgo a voi, al vostro senso etico e alla vostra capacità di ascoltare. Questa storia è vera, è successa pochi minuti fa, finchè voi eravate nella vostra stanza, con una sola persona davanti. Ma al piano terra c’erano 20 persone, con 20 storie diverse, alcune delle quali voi non le sentirete mai, perchè a rubarne il diritto sono stati il signore impaziente e il bell’imbusto.
Scendete ogni tanto, guardate le facce delle persone che vi stanno aspettando, pazienti. Probabilmente un sorriso e un cenno di compassione renderebbe l’attesa meno pesante e anche voi vi rendereste conto di cosa è prioritario.
Non è giusto che il signore impaziente, il bell’imbusto e tutti i loro colleghi passino il lunedì mattina, a lasciare opuscoli e campioncini. Non è giusto che saltino la fila e passino davanti alle persone che sono arrivate prima di loro. Non è giusto che mettano il proprio business davanti alla salute della ragazzina con la febbre o della signora anziana che stava per svenire sull’uscio.
Io me ne sono andato, mi terrò il mio mal di pancia, probabilmente passerà, spero di non peggiorare, l’alternativa è il pronto soccorso, ma almeno posso andarci di notte senza incontrare informatori del farmaco che mi passano davanti.
Senti che sound, due minuti di pura passione!
Rivoglio il mio Benelli, subito!
Fulvio, ma quanto ci metti a farmi la revisione?
Cerco di arredarmi la casa, un weekend per volta, senza fretta e senza grandi pretese.
Il design proposto dalle grandi firme è sicuramente emozionante, trascorro delle ore piacevoli all’interno di showroom che espongono veri e propri pezzi d’arte, camuffati da armadi o librerie o sistemi di illuminazione. Non sono un fanatico o cultore delle marche e non conosco la storia dei prodotti, ma ne percepisco alcune qualità, come la cura dei dettagli, l’eleganza e il portamento e riconosco come giusto il prezzo che bisogna pagare per avere in casa uno di questi mobili.
Gli showroom mettono in bella mostra i marchi delle grandi case, sono orgogliosi di esporre i prodotti sfornati da Dada, Molteni, Frau, Minotti, non me ne vogliano tutti gli altri che non elenco qui.
Fin qui è tutto bello. Tutto estremamente bello, ma inaccessibile.
A questo punto viene il momento di scendere dall’olimpo del design e approdare a soluzioni di arredo economicamente accessibili. Insomma, non voglio spendere 6000-7000€ per l’armadio, nonostante mi piacciano molto alcune soluzioni, soprattutto quello con “porta TV” a scoparsa, de La Falegnami.
Eccomi allora alla ricerca di prodotti meno prestigiosi, ma ugualmente funzionali, senza dovermi ridurre al fai da te dell’ikea con inclusa tappa enogastronomica alla bottega svedese.
E dove altro puoi cercare l’arredamento della tua casa, se non in un mobilificio?

Il termine mobilificio (mo-bi-li-fì-cio s. m. fabbrica di mobili) è ciò che di più ingannevole si possa trovare nelle insegne dei numerosi edifici che espongono cucine e arredamenti in genere. Ambienti di grandissime dimensioni, perfettamente illuminati, con soluzioni preconfezionate, con misure standard, sicuramente in linea con le annuali tendenze dettate dai grandi marchi. Fuori la grande scritta “Produzione mobili”, coerente con la definizione del dizionario, quasi più grande del nome della famiglia che da generazioni si occupa di allestire le case dei compaesani.
Dentro, invece, la coerenza non è più di casa.
Tu varchi la soglia, parte un avvisatore acustico, lo si deve sentire dal punto più remoto della mostra, loro ti corrono incontro, ti sorridono, alcuni accennano un abbraccio, di questi tempi va bene anche questo.
Ti accompagnano nel reparto più idoneo, stai pur sicuro che una zona della mostra presenta qualcosa di anche lontanamente simile a quello di cui hai bisogno.
Ecco gli armadi! Ante scorrevoli, proprio come vuoi tu. Li puoi avere in tutte le salse: vetro, se sei masochista e vuoi passare i weekend a pulirlo dalle impronte; specchio, se sei esibizionista e vuoi osservare da un altro punto di vista le tue performances sul materasso; impiallicciato, se sei nostalgico del legno e 1 micron di copertura è sufficiente a farti credere che quello sia un buon investimento; laccato lucido o opaco, se vuoi te lo fanno in tinta con il pistillo del fiore che hai sul copriletto, a patto che lavi lenzuola e ante a 30°; con telaio in alluminio che di sicuro non deforma perchè non soffre nè caldo nè freddo; in tamburato, oppure laminato, oppure truciolare, fatto sta che il legno è solo un’illusione, tanto che ti viene da rimpiangere i mobiletti dell’ikea, in betulla scandinava, almeno quello è vero legno.
Ma la tristezza attanaglia il cuore quando loro, guardandoti negli occhi, riescono a pronunciare “Questi li facciamo noi”, sottintendendo in quella frase la serietà, la cura, la garanzia, il buon rapporto produttore-consumatore che può instaurarsi con facilità al momento dell’ordine.
Tu stai seduto in una scomoda ma ludica seggiolina di plastica e li osservi sfogliare un catalogo ricco di immagini e di disegni che simulano la combinazione perfetta; moduli da 75-90-115-130cm, nella giusta sequenza, si presteranno per far venire fuori l’armadio giusto per la tua camera. Tutto è predeterminato, la soluzione devi trovarla tra le combinazioni possibili, sembra di giocare con i Lego, divertente si, ma nessun pezzo può essere modificato in funzione del tuo bisogno, sei tu a doverti adattare, se sei fortunato puoi far costruire la camera attorno all’armadio, se sei coraggioso puoi buttare giù il muro.
Ma come, non li producete voi?
Quando ho letto “Produzione mobili” nell’insegna ho immaginato che nel retrobottega ci fosse una squadra di falegnami, esperti intarsiatori, con il grembiule blu con la tasca sul petto, con gli occhiali sulla punta del naso e la matita rossa a sezione rettangolare poggiata sull’orecchio, con la punta fatta con la roncola, insomma, pensavo che fossero tutti lì pronti a ingegnarsi per trovare la migliore soluzione a quel particolare problema. Maledetta immaginazione.
Loro, quelli che sfogliano i cataloghi, non producono niente, o forse si, ma ora non mi interessa divagare. Loro rivendono, fanno un po’ di consulenza, anche se svendono il know-how in funzione del prodotto d’altri, non si fanno pagare nè per la prima cosa, nè per la seconda, il loro guadagno è nel margine che hanno sul prezzo di listino. Di solito il 50%, a volte anche più.
Il momento migliore per vederli in azione sono le settimane successive al salone del mobile, c’è il rinnovo della mostra, arrivano i nuovi cataloghi dalle case produttrici, vengono rispolverati dagli archivi i mazzetti di etichette adesive con il nome del mobilificio, da attaccare ovunque, sopra ad ogni marchio, sopra ad ogni indirizzo, su ogni indizio che ti possa portare a lui, il desiderato, ambito, ormai mitologico: mobiliere.
Mobiliere, chi sei? Da dove vieni? Dove ti nascondi? Mi senti?
Perchè non vuoi parlare con me?
Il trevigiano è la terra promessa dell’arredatore, le migliori aziende sono tutte lì, un capannone di fronte all’altro, senza competizione e senza concorrenza, perchè per quelle strade non passa manco un cliente. Zona protetta, militarizzata, cecchini agli incroci che sorvegliano gli ingressi, scansione dell’iride anche solo per poter telefonare all’azienda. L’accesso agli showroom è riservato ai soli operatori di settore, possibilmente in possesso di papalina.
Tu che compri l’armadio, tu che paghi il prodotto e la consulenza dei parassiti della filiera, non hai alcun diritto di poterlo vedere (l’armadio), se non in fotografia.
Decine (a volte centinaia) di migliaia di euro spesi in stampe di opuscoli, assolutamente su carta patinata e con una buona dose di petrolio e solventi in groppa. Siti web che sono copie animate dei fotografici: uso monodimensionale e sterile di un potentissimo strumento per fare business, su cui hanno investito il meno possibile; se lo faceva il cugino del “bòcia” di bottega veniva meglio.
Il vantaggio reale è non avere a che fare con il consumatore. Sono pronti a tutto piuttosto che rispondere al telefono proprio a colui che i soldi li spende sui loro prodotti. L’origine del cash flow. Il bene assoluto di ogni sistema economico. Vade retro cliente!
Alcuni addirittura stampano i propri cataloghi, che la filiera distribuirà fino al consumatore, privi di ogni marchio e di ogni riconoscimento, proprio come vuole il sistema.
E tu che vorresti dar loro i tuoi soldi, in cambio dei loro prodotti, come ti senti?
Io ho provato a chiamare in una di queste aziende, ho chiesto di avere per email le fotografie di un tavolo e una sedia di loro produzione, mi hanno risposto “Lei DEVE rivolgersi al suo mobilificio di fiducia, questa è l’AZIENDA”. Lei DEVE era da un po’ che non me lo dicevano. Non ricordavo più come e cosa si risponde in circostanze come queste, e mi sono trovato, senza veramente volerlo, a seguire il consiglio. Le foto non sono mai arrivate.
Il loro tavolo non lo compro, ovvio, se non posso vederlo meglio è assai difficile fidarsi.
Scrivo queste righe e mi vien da pensare ad un sistema diverso, un processo differente, nel quale il mio quesito dovrebbe ricevere una risposta 2.0, ricca di cordialità, pronta a soddisfare i miei banali interrogativi, che potrebbero costituire nel tempo una solida area FAQ e aiutare a tarare la comunicazione dell’AZIENDA verso il portatore sano di assegni e contanti, il cuore del business, il consumatore.
Maledetta immaginazione.
Devo cercare un armadio apposta, dove parcheggiare la mia fantasia, che accompagna troppo spesso le gite nel meraviglioso villaggio del mobile. Magari lo trovo su eBay. O all’ikea.
Il mio commercialista mi ha appena inviato un fax.
Dopo la canonica copertina ho potuto ammirare la stampa in bianco e nero di una mappa generata da GoogleMaps, che ha viaggiato tra il suo ufficio e il mio, a 36kbps.
Mi vien da pensare che continuino a mandare fax per una questione di ammortamento. Più anni lo uso, più fax invio, minore sarà il costo per ogni singolo fax.
Contenitore di stimoli, idee, riflessioni e perdite di tempo, forse.